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UWO Study Abroad. L'esperienza degli studenti canadesi a Rondine: intervista alla docente Maria Laura Mosco

 

Durante il mese di maggio la Cittadella della Pace ha ospitato il programma UWO Study Abroad at Rondine, progetto promosso dall'associazione Rondine insieme alla Western University, Canada, che ha visto la partecipazione di circa venti studenti canadesi della Western University Main Campus e degli affiliati King’s College e Huron College, ad un campus di un mese che si è svolto a Rondine con l’obiettivo di approfondire lo studio della lingua e della cultura italiana affiancato a seminari sulla mediazione e trasformazione del conflitto e laboratori interattivi con i giovani della World House di Rondine. Facciamo un focus sul programma nell’intervista con la docente Maria Laura Mosco Assistant Professor of Italian del Dipartimento di Modern Languages and Literatures della Western University e coordinatrice del progetto. 

 

Come nasce la collaborazione con Rondine?

«L’idea di realizzare un programma per i nostri studenti a Rondine risale al 2005, anno del mio incontro con la dottoressa Cristina Caracchini, mia attuale collega alla Western University, e che ha collaborato con Rondine agli inizi, con la Scuola di Pace. Abbiamo impiegato molto tempo per realizzare il programma per tanti motivi. L’idea era fondamentalmente di offrire ai nostri studenti del programma di italianistica la possibilità di venire a studiare in Italia per migliorare la loro competenza linguistica e culturale, fornire l’opportunità di migliorare la lingua italiana, essere esposti alla cultura italiana ma anche poter effettuare un percorso personale di crescita per vivere in un mondo globalizzato.

Dai racconti di Cristina ci è sembrato che Rondine potesse essere un’esperienza unica rispetto a moltissimi programmi tenuti in Italia da università nord americane, un’esperienza unica proprio per l’essenza di Rondine, per quello che fate voi qui. Nella missione della nostra università si parla proprio di aiutare i nostri studenti a diventare "global citizens" con una istruzione, una leadership che permetta a questi ragazzi nel futuro di lavorare e contribuire al bene comune. Quindi tutto questo non poteva non essere in armonia con quello che è Rondine, e questa è un fatto molto importante per noi.

Ci siamo messe a tavolino e abbiamo cominciato a dialogare con la vostra direzione, in particolare con Lucia Colonna a cui si è aggiunta Blerina Duli, perché volevamo capire come poter integrare la missione e le attività di Rondine alle nostre necessità formative e strettamente accademiche. Dopo dieci mesi di conversazioni siamo riuscite a disegnare questo progetto».

 

  Come si struttura il progetto?

«Noi teniamo qui tre corsi: un corso di lingua e cultura italiana per principianti che precede un seminario di filosofia tenuto dal Professor Antonio Calcagno con la collaborazione della Professoressa Allyson Larkin, in lingua inglese, e che quest'anno verte sulla questione dell' 'altro' e del 'subalterno';  questo ci permette quindi di rivolgerci alla comunità universitaria di Western al di fuori del programma di italianistica. Abbiamo inoltre un corso di italiano intermedio per studenti di livello superiore. Partendo dal corso di secondo anno, i nostri studenti del programma di italianistica vengono qui per continuare il processo formativo, linguistico e culturale.

Contemporaneamente abbiamo studenti che invece non hanno alcuna conoscenza dell’italiano, che in una prima fase, qui seguono il corso di italiano per principianti intensivo, per fornire loro degli strumenti per inserirsi nel contesto locale, di modo che possano, anche nel loro piccolo, interagire con i vostri studenti che hanno fatto un percorso simile, nel senso che sono arrivati qui, hanno studiato l’italiano e poi si sono inseriti nel vostro progetto formativo.

Allo stesso tempo per noi era importante che i ragazzi partecipassero, nel contesto propriamente locale, alla vita della comunità.

Il nostro corso avanzato ha anche una componente che noi chiamiamo di “Community engaged learning” per cui gli studenti vengono coinvolti anche in attività che gli permettono di conoscere la realtà locale del non-profit apportando il loro contributo in termini di collaborazione. Ciò permette allo stesso tempo un deciso miglioramento delle loro competenze linguistiche al di fuori del contesto dell’aula di italiano».

 

A chi è rivolto il programma?

«La Western University ha un campus centrale e tre college affiliati, quindi, l’idea era non solo quella di portare i nostri studenti di italiano a Rondine per un'immersione totale nella lingua e cultura italiana ma offrire loro l’opportunità di partecipare al lavoro magnifico sulla mediazione e sul conflitto che svolgete qui, e di poter fornire la stessa possibilità ad altri studenti non del programma di Italian Studies.

 I partecipanti al campus hanno un’età compresa fra i 18 e i 21 anni, ed hanno tutti completato il primo anno universitario.

Abbiamo studenti di italianistica così come studenti che provengono da corsi di laurea in economia, storia, scienze politiche, scienze mediche e antropologia.

Tutti questi studenti in qualche modo convergono verso lo studio della lingua e la cultura italiana, che è l'ambito del nostro programma di Italian Studies, appunto».

 

Quali sono le vostre aspettative rispetto allo studio specifico della lingua ma anche alla comprensione di una realtà come quella di Rondine, e quindi in tutto il lavoro che viene fatto, sulla risoluzione del conflitto, sul dialogo e l’intercultura?

«Il nostro obiettivo era quello di proporre agli studenti proprio un’esperienza legata anche alla missione universitaria che si fonda sul concetto di  aiutare gli studenti a diventare global citizens  e quindi di portarli in un contesto in cui, interagendo con i vostri studenti, potessero avere modo di confrontarsi con situazioni che forse hanno conosciuto solo tramite i mass media. Il conflitto non è soltanto politico e militare ma anche interpersonale, si vive anche nel quotidiano, quindi da quel punto di vista portarli in un contesto come Rondine era un modo per fare un percorso interiore di crescita, quindi molto più di una vacanza-studio; un percorso più stimolante ma anche più entusiasmante, che diventa una sfida più grande. Penso che si possa convenire che l’idea ha funzionato ed è un stato un vero successo».

 

Qual è stato il primo impatto degli studenti con la realtà di Rondine e cosa pensano di questa esperienza?

«Da quando sono arrivati questi ragazzi sono più energici. Li vediamo alle 9 di mattina camminare per la strada immersa nella Riserva Naturale che porta alla Cittadella ed arrivare freschi, motivati. Li vedo rilassati e questo per me significa si sono trovati evidentemente subito a loro agio, grazie naturalmente anche alla vostra accoglienza, in questo posto idilliaco. Il fatto anche di pranzare insieme, ha permesso loro di mescolarsi con i ragazzi della World House. La mia impressione è assolutamente positiva sia da un punto di vista umano, che accademico. Sono curiosi, fanno domande, li trovo coinvolti e ottengono risultati assolutamente considerevoli. Il mio timore è che non vogliano tornare a casa! Posso dire che i ragazzi sono estremamente contenti della struttura, dell’ambiente, dell’organizzazione, delle aule, di tutte le attività extra curriculari. Una cosa interessante è che sono rimasti sorpresi nel vedere che qui si discute anche di politica. Nel mondo nord americano non è comune trovare giovani di questa età e come quelli della World House di Rondine che si mettono a discutere di politica a meno che non siano giovani che studiano relazioni internazionali o scienze politiche. Qui hanno parlato di questioni di rilevanza mondiale come ad esempio quella israelo-palestinese, argomento molto sentito in Nord America.

Ritengo sia molto importante anche il fatto che i nostri studenti si siano trovati di fronte a diverse concezioni del Canada, da parte dei vostri studenti e degli studenti di Tor Vergata, durante i lavori di gruppo per il workshop che li ha visti tutti coinvolti in discussioni su identià e conflitti armati. Il Canada ne è uscito come un luogo paradisiaco e per certi versi lo è, ma è anche un paese che ha dei conflitti interni molto grandi, come i nostri studenti hanno spiegato, in virtù della sua storia. Mi ha colpito come i ragazzi siano entrati immediatamente in sintonia tra loro nonostante provengano da culture molto diverse. Probabilmente hanno dato priorità all’incontro interpersonale, si sono confrontati su una dimensione umana. Hanno trovato un canale comunicativo e degli interessi comuni.

È un’ottima formula inoltre quella di studiare a Rondine e poter trascorrere il tempo libero nella città di Arezzo,  perché gli permette di vivere la quotidianità del luogo e fare esperienza della cultura e delle abitudini.

 

I giovani della World House di Rondine fanno un percorso di due anni e poi sono chiamati a tornare nei loro paesi a operare fattivamente per la costruzione della pace, ognuno nei propri ambiti di provenienza. Cosa si porteranno a casa i ragazzi di questo percorso?

 

«Io penso che il semplice fatto di essere arrivati in un contesto completamente diverso da quello dove vivono e di aver dovuto in qualche modo conciliare delle aspettative che avevano con una realtà un po’ diversa magari da quello che si aspettavano, ha fornito loro gli strumenti che permetteranno loro, in qualche modo di affrontare ciò che è imprevisto, che non è stato pianificato… molti di loro è la prima volta che affrontano un viaggio così lontano da casa, e hanno dimostrato la capacità di vivere un contesto molto diverso con serenità, con calma e con una certa apertura. Quindi porteranno con loro sicuramente una maggior fiducia in se stessi, una capacità di intavolare con sé stessi e con qualsiasi elemento di estraneità rispetto a quello che loro percepiscono familiare, un dialogo subito costruttivo, anche se magari non risolutivo. Credo che sia importante e credo che questo sia dovuto non solo al contesto accademico specifico di Western, ma anche all'interazione con i vostri ragazzi e all’esperire Rondine in termini spaziali. Ecco questo secondo me è stato il grande interruttore che li ha fatti crescere. Nessuno mi ha chiesto "come posso fare?" "Perché non riesco a trovare una soluzione?" Semmai mi hanno chiesto: "Voglio far così ma non so come chiederlo in italiano".

Devo ringraziare voi tutti, fate un lavoro incredibile. Al nostro arrivo è stato emozionante vedere la strada che sale e tutte le bandiere dei popoli che avete ospitato. I ragazzi si sono resi immediatamente conto di essere in Italia ma un’Italia che parla al mondo; e siamo felici che oggi ci sia anche la bandiera canadese! Io non potevo chiedere di più.

Penso che siamo riusciti a trovare una formula molto equilibrata che permetta a noi di Western di completare un percorso formativo che ci è necessario perché rispondiamo ai programmi della nostra Università, e allo stesso tempo ci permette di vedere i ragazzi interagire  in situazioni al di fuori di un ambito prettamente formativo, in un contesto veramente nuovo per loro, che può solo far sperare che la collaborazione possa crescere, si possa sviluppare; magari in maniera da poter coinvolgere maggiormente i nostri studenti e i vostri giovani in percorsi formativi nel futuro perché qui ci sono tutti i presupposti».

 

 

 

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