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Avvenire. Il commento del presidente Franco Vaccari al discorso di Papa Francesco al Corpo diplomatico

Ultima modifica il Giovedì, 12 Gennaio 2017 18:09
Pubblicato Giovedì, 12 Gennaio 2017 09:21
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L’intervista

«Dal Papa una via percorribile con al centro sempre l’uomo» 

Franco Vaccari, fondatore di Rondine: solo bagnando le micce dell’ingiustizia e delle povertà si isolano i fondamentalisti che sulla miseria spirituale e sociale prosperano

 

       Di Lucia Bellaspiga

La pace come virtù attiva, non conquista statica. Sfida quotidiana e non scontata, a rischio di naufragio ogni volta che “una visione ridotta” dell’uomo rompa gli equilibri e diffonda l’iniquità, sinonimo di ingiustizia.  «Al contrario basta una visione dell’uomo che ne promuova lo sviluppo integrale, per avere la vera pace. I nostri ragazzi lo verificano ogni giorno, e se funziona per loro funzionerebbe per il mondo, in fondo sarebbe semplice». Franco Vaccari è il fondatore di Rondine Cittadella della Pace che da vent’anni nel borgo toscano di Rondine, alle porte di Arezzo, forma al dialogo i giovani provenienti da ventitre Paesi in conflitto tra loro, dai Balcani al Caucaso, dal Medio Oriente all’Africa. Già 180 ragazzi «poi tornati in patria a incidere nella mentalità della loro gente», diventati diplomatici, giornalisti, docenti universitari, artisti… «La pace, nella via indicata con estrema concretezza dal Papa, è strada praticabile. È un testo che ci colma di gioia e coraggio»

La visione della pace è ricondotta alla visione dell’uomo. Non un bel concetto astratto, dunque, ma legato agli accadimenti, a ciò che per nostra scelta accade nel mondo.

A differenza di tanti testi prodotti dagli organismi internazionali, il discorso di Francesco è privo di ogni retorica, anzi, è evidente il continuo sforzo di indicare le vie della pace possibile attraverso un filo logico coerente dall’inizio alla fine. Tutto verte su una visione antropologica complessiva, senza la quale la pace diventa solo un’illusione.

Citando il magistero dei papi precedenti, Francesco insiste sulla pace non come mera assenza di guerra, ma come conquista di giustizia. È l’iniquità – in tutte le sue forme – a causare i conflitti. Colpisce la capillarità dei casi presi in considerazione, nell’universale come nel particolare.

Francesco dimostra una particolarissima attenzione, non dimentica nulla e nessuno nella sua ricognizione di ciò che avviene oggi sul pianeta. Nomina tutte le zone di crisi, così come considera tutte le forme di ingiustizia e fragilità. Nel suo mappamondo non ci sono solo i conflitti “importanti”, c’è l’uomo che soffre in ogni angolo di mondo, anche il più vicino a noi.

E a proposito, l’Europa è oggetto di uno sguardo particolare, affettuoso e ammirato quando ne ricorda le antiche radici capaci di rendere «grande il Vecchio Continente», ma anche preoccupato di fronte a nuove spinte disintegratrici.

Importante è la sottolineatura che fa accogliendo con interesse l’iniziativa del Consiglio d’Europa che apre al dialogo interculturale nella sua dimensione religiosa, come antidoto al terrorismo: sono solo poche righe, ma sono scolpite. Splendido è l’appello a un’Europa che deve «aggiornare» la sua stessa idea, nel senso di ritrovare la propria identità, riscoprire quella idealità elevata su cui era nata. È un passaggio che io vedo con gli occhi dei nostri ragazzi di Rondine, giovani che non sono europei ma continuano a guardare all’Europa come all’idea vincente della pace: nonostante la crisi, la libera circolazione delle persone e delle idee, basi della nostra Europa, sono ancora il sogno dei giovani venuti da lontano.

Come già ad Assisi e in molte altre occasioni, il testo del Papa, rivolto non a caso a diplomatici delle varie nazioni, insiste sul fatto che nessuna guerra può essere “santa”.

Anche questo è un tasto molto attuale. E anche qui la ricognizione del Papa non dimentica nessuno. Inizia citando le divisioni tra cristiani, ma passa poi a un’attenta analisi dell’odierno terrorismo fondamentalista, dalla A di Afghanistan in poi, passando attraverso la cronaca più recente di Nizza o Berlino. Fa capire come chi dissemina morte nel nome di Dio compie un abuso, anzi, un sacrilegio. E ancora una volta ci dice che la pace si ottiene bagnando le micce dell’ingiustizia e delle povertà, solo così si isolano i fondamentalisti, che sulla miseria spirituale e sociale prosperano.

Della diplomazia parla come di uno «strumento fondamentale», nella prospettiva della misericordia.

Emerge anche il grande lavoro della Segreteria di Stato Vaticana, senza trionfalismi, come esempio d concreti segni di pace in situazioni di guerre: la Santa Sede non ha strumenti di potere, eppure è protagonista nella risoluzione di conflitti, ad esempio in Africa centrale o tra Cuba e Stati Uniti. Dimostra che la strada è praticabile perché praticata.

(Avvenire 10 01 2017)

2017 01 10 - AVVENIRE - Dal Papa una via percorribile con al centro sempre l'uomo