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La Storia e le storie. Mario Boccia racconta la sua esperienza di report ai giovani di Rondine

 

 

(Arezzo, 18 marzo 2015). E’ stato un viaggio fatto di storie e di volti quello che Mario Boccia, foto-giornalista "free lance" specializzato in reportage sociali e d'attualità internazionale ha condiviso con i giovani dello Studentato Internazionale durante la sua visita a Rondine, mercoledì 18 febbraio. Un grande professionista che  collabora con le maggiori  testate nazionali, corrispondente e inviato de "Il Manifesto" a Sarajevo, Belgrado, Pristina e Skopje e  le cui  fotografie sono state utilizzate per promuovere numerose compagne di solidarietà.  

Un racconto che nasce dalla condivisione dell’esperienza di inviato nei luoghi di conflitto ma anche un focus sulla fotografia come strumento per raccontare la verità ma più spesso, purtroppo, un mezzo ad uso e consumo del sensazionalismo, troppo spesso al servizio della propaganda, per la sua intrinseca facilità di essere manipolata, ritoccata e spesso stravolta.

“La pace non fa storia, solo la guerra è al centro dell’attenzione mediatica e questa è una visione sbagliata”. Afferma Boccia raccontando il duro lavoro di chi sa guardare oltre lo stereotipo della foto di guerra, di chi cerca di raccontare una storia viva di persone che nel dramma tirano fuori tutta la loro umanità attraverso la voglia di continuare a vivere e di sopravvivere, di andare avanti e ricostruire anche quando non si ha più nulla. Ma queste foto sono quelle “scartate dai giornali, quello che troviamo nella stampa è il dramma del dolore della morte della devastazione, le storie delle persone non vendono!”

“Per questo non amo essere chiamato fotografo di guerra ma vorrei essere un fotografo di vita” così Boccia riassume il lavoro di una vita, rifiutando lo stereotipo. La sua visione delle fotografia è molto chiara: “Anche la fotografia è un’opinione, non è mai oggettiva come si può pensare o come spesso gli stessi fotografi vogliono credere. Scegliere un’inquadratura piuttosto che un'altra è un sempre una presa di posizione. Nel racconto c’è sempre un punto di vista, anche se si cerca di essere più fedeli possibili alla verità”.

E sempre sul filo tra verità, quella verità da sempre cercata con passione, che si snoda il suo racconto passando anche attraverso gli scatti raccolti durante il conflitto balcanico degli anni novanta, fatto di scatti che sono stati scartati dai giornali ma ricostruiscono una realtà sfaccettata e complessa. IMBROGLIO ETNICO Questo il titolo della mostra nata da questi scatti che dimostrano in primo luogo come l’impossibilità di convivere da parte di popoli, etnie diverse sia spesso una montatura della propaganda. “La storia è piena di esempi di convivenza pacifica di popoli diversi. Sarajevo è stata definita  la Gerusalemme d’Europa , la multietnicità è parte integrante del popolo bosniaco”. Allora gli scatti mostrano una bancarella libri dove stanno accanto la Bibbia e il Corano; luoghi in passato appartenuti alla comunità ebraica di Sarajevo, dove non c’è mai stato un ghetto, dove gli ebrei  hanno sempre vissuto mescolati alle altre persone; la scala della biblioteca di Sarajevo dove sono stato bruciati milioni di libri appartenenti a tutte le culture. Poi le foto della ricostruzione, ma anche scatti che rappresentano la retorica della guerra e dei suoi combattenti. Ma soprattutto persone: “Chi mi sa dire se queste persone sono bosniache croate o musulmane? Forse alcuni dettagli lo rivelano ma la prima cosa che emerge è che sono persone che lavorano insieme, che sono amiche ed è evidente che a loro non importa!”

Questo tuttavia non significa cancellare la memoria del conflitto, anzi: “Il discorso sulla memoria è sempre complicato, le parole son usurate. Qual è la memoria condivisa? La Storia va capita ma affrontandola da storici. La memoria personale porta al desiderio di vendetta, alla reiterazione della violenza. Primo Levi in Sommersi e salvati dice: “La memoria è terreno melmoso”, perché è soggetta all’auto-manipolazione. Comprendere la storia è necessario per impedire che si ripeta”.

“Sento di essere in un posto con una grande affinità culturale e spero di poter tornare presto” afferma Mario Boccia parlando di Rondine e salutando gli studenti dopo un ampio dibattito. Un’affinità  condivisa proprio come il vivo desiderio che la speranza si traduca presto in un nuovo incontro.

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