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Paolo Rumiz racconta la Grande Guerra ai giovani del progetto di Rondine “Capire i Conflitti - Praticare la Pace”

Ultima modifica il Martedì, 24 Marzo 2015 17:42
Pubblicato Martedì, 24 Marzo 2015 10:34
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L’iniziativa all’interno del programma ufficiale per le Commemorazioni del Centenario ha aperto il progetto arrivato alla quinta edizione e per la prima volta in Friuli, coinvolgendo giovani delle scuole di tutta Italia

 

 

(Grado, 24 marzo 2015). Si è svolta ieri presso l’Auditorium Biagio Marin a Grado (GO), la presentazione del  progetto “Capire i conflitti – Praticare la pace” promosso dall’associazione Rondine Cittadella della Pace in occasione del Centenario della Grande Guerra che ha portato nella Regione Friuli Venezia Giulia oltre cento ragazzi delle scuole di tutta Italia. L’iniziativa che ha visto come ospite d’eccezione il giornalista e scrittore Paolo Rumiz, rientra nel programma ufficiale per le Commemorazioni del Centenario della Prima Guerra mondiale a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Struttura di Missione per gli Anniversari di interesse nazionale ed è stata realizzata con il patrocinio della Regione Friuli Venezia Giulia e dell’Istituto Jacques Maritain. L’evento rientra inoltre nella rassegna “Piazze di Maggio” realizzata da Rondine fin dal 2006 in collaborazione con il Servizio Nazionale per il Progetto Culturale della CEI.

 

 

Dopo i saluti istituzionali del sindaco di Grado, Edoardo Maricchio che ha dato il benvenuto agli studenti e alla delegazione di Rondine è intervenuto il consigliere regionale Diego Moretti che ha portato i saluti dell’assessore Torrenti e della Presidente Debora Serracchiani.  “Il Carso ha una storia particolare, che purtroppo si è voluto dimenticare – ha affermato il consigliere Moretti - Proprio per questo trovo importante che questo progetto di Rondine inizi da qui accompagnando i ragazzi delle scuole italiane in un nuovo percorso di comprensione profonda della storia della Grande Guerra”.

 

Luca Grion, docente universitario e presidente dell’Istituto Jacques Maritain, moderatore della conferenza,ha quindi introdotto il presidente dell’associazione Rondine Cittadella della Pace, il prof. Franco Vaccari, che ha illustrato il progetto “Capire i conflitti – Praticare la pace”:“Due gli ingredienti che tengono insieme questo progetto: la guerra messa in un museo e la guerra vissuta, vista ,subita e raccontata dai giovani di oggi, giovani che vengono da luoghi di conflitto di tutto il mondo che hanno scelto di mettersi in gioco confrontarsi con il proprio nemico.”

Il progetto “Capire i conflitti – Praticare la pace”  arrivato alla quinta edizione e per la prima volta in Friuli ha coinvolto negli anni centinaia di ragazzi di tutta Italia in un percorso innovativo che associa la scoperta dei luoghi della Grande Guerra ad un percorso di consapevolezza dei conflitti contemporanei grazie ai giovani dello Studentato Internazionale di Rondine che accompagnano gli studenti delle scuole secondarie in un  viaggio studio di 5 giorni nei luoghi della Grande Guerra che va dal Sacrario di Redipuglia, al Museo di Gorizia, passando per l’Ara Pacis Mundi di Medea, il Parco tematico della grande guerra di Monfalcone, la dolina e le trincee del Monte Sei Busi e non solo. Nel borgo toscano di Rondine infatti studiano  giovani universitari provenienti da Paesi di conflitto di tutti il mondo: qui imparano a convivere con il proprio nemico per poi tornare nelle proprie terre come ambasciatori di pace. Proprio la condivisione dell’esperienza del conflitto è al centro del percorso: conflitto, inteso come dinamica che agisce a più livelli (politico, sociale, interpersonale e interiore), spaziando dall'esperienza storica della prima guerra mondiale nel Friuli Venezia Giulia, a quello che gli alunni possono sperimentare quotidianamente nei loro contesti di vita, fino ai conflitti in atto nei Paesi di provenienza dei giovani dello Studentato Internazionale.

“L’augurio che vi faccio – ha concluso il presidente Vaccari rivolgendosi ai ragazzi – è che voi vi possiate mettere in gioco in questa esperienza come i nostri giovani fanno tutti i giorni”

Giovani come Orkhan, dall’Azerbaijan e Ermira dal Kossovo.  “Nei 5 anni di studi di Relazioni Internazionali – dice Orkhan raccontando la sua scelta di vivere a Rondine - ho capito che la guerra esiste perche serve sempre a qualcuno e questo accade perché chi è al potere può approfittare dell’ignoranza e controllare i popoli. Per questo ho scelto di venire a Rondine perché mi ha dato la possibilità di formarmi e aprire la mia mente e forse un giorno diventare un leader pacifico per il mio popolo, con una nuova visione del mondo e in grado di mantenere la pace”.

“Noi siamo un’ esperienza viva – ha invece detto Ermira, illustrando la sua esperienza come tutor - per questo siamo felici di essere qui con voi per condividere una lezione che da soli i luoghi e gli oggetti non possono dare, ma solo la vita vissuta”.

Ha quindi preso la parola il dott. Paolo Rumiz, giornalista e scrittore triestino inviato del “Piccolo” e editorialista di “Repubblica” oltre che profondo conoscitore del Primo conflitto mondiale indagato attraverso numerosi reportage che lo hanno portato a percorrere le linee del fronte attraversato tutta l’Europa. Una lezione molto intensa per i ragazzi di oggi che poco sanno della Grande Guerra se non il susseguirsi delle battaglie.

“Una guerra immobile, logorante, con una concentrazione di caduti che non ha paragone con nessun altra guerra e che ancora oggi rimane un mistero circa il motivo che l’ha innescata”. Così ha aperto il sua intervento Paolo Rumiz, constatando  quanto sia inconcepibile che un continente arrivato al culmine del suo sviluppo economico e culturale sia caduto in un conflitto che ne ha compromesso per sempre il  futuro aprendo le porte ai vari totalitarismi. “Un pericolo che non possiamo più sottovalutare - mette in guardia Rumiz, sottolineando come nei luoghi del  Fronte Occidentale la memoria sia così assestata e ordinata come in museo da restituire la pericolosa sensazione che sia finita per sempre, tuttavia  “la guerra non finisce mai, lascia dei segni incancellabili anche se apparentemente non si vedono, ma basta grattare poco sotto la superficie per farli riemergere”.

Quindi un focus sulle condizioni dei soldati in trincea e sulla questione dell’identità a lungo negata ai triestini proprio perche allora la città apparteneva all’Impero austro-ungarico: “Sui caduti austroungarici, è piombato un lungo silenzio perché dopo la guerra non si doveva dire che gli italiani avessero combattuto per un'altra bandiera, in quanto avrebbe smentito l’anelito di questo popolo a essere riconosciuto come italiano - un’analisi che termina ancora con un monito - La lunga rimozione della parte austroungarica del conflitto da parte degli italiani e il suo riemergere improvviso oggi rischia di diventare una memoria anti-italiana giocata alla luce della crisi della crisi italiana. Sarebbe un dramma che queste Celebrazioni  creino  ancora divisioni invece che creare una memoria condivisa”.