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Giorgio Righetti presenta "Frammenti di una vita sola".

Ultima modifica il Martedì, 28 Febbraio 2012 16:00
Pubblicato Giovedì, 16 Febbraio 2012 12:13
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Terzo appuntamento con lo "Scaffale d'onore" di Rondine. 365 frammenti di una vita sola. Fotogrammi che si susseguono, un unico diario in cui l’autore dà voce a 365 protagonisti diversi, da ogni parte del mondo. Questo il cuore di "Frammenti di una vita sola", l'ultimo libro di Giorgio Righetti, direttore generale dell'Acri, (l'Associazione delle Fondazioni e delle Casse di Risparmio) che sarà presentato venerdì 2 marzo alle ore 18:00 presso il Circolo Artistico di Arezzo (Corso Italia 108). Insieme all’autore interverranno Sergio Valzanìa, vicedirettore Radio Rai e Franco Vaccari, presidente di Rondine Cittadella della Pace.

Abbiamo intervistato l’autore che ci ha svelato alcune curiosità legate al contenuto e alla stesura del libro.

 

-  Cosa l’ha portata a scrivere un libro così originale nel suo genere?

L’idea nasce da una constatazione, che sta alla base anche del mio precedente libro, “Miliardi di giorni”. La constatazione è che, in fondo, se spogliamo le vite dei tanti elementi che apparentemente le caratterizzano non rimane altro che un fascio di emozioni: gioie, felicità, dolori, incertezze, sono uguali per tutti, sono le medesime per ogni uomo e per ogni donna. Cambiano, appunto, le circostanze, il contesto, gli elementi di contorno ma alla fine, se si va all’essenza, rimangono solo le emozioni . In Miliardi di giorni, partivo dal titolo. L’idea di un numero esagerato di giorni vissuti in questo nostro mondo doveva in qualche modo richiamare l’idea della impossibilità di essere diversi e di essere unici.  Qui volevo cercare un espediente ancora più efficace e andare al di là del tempo e dello spazio, dare il senso dell’affollamento, della folla in un certo qual modo. E volevo dare il senso che, indipendentemente dal contesto, le vite non sono uniche, ma che la vita è una sola, un’unica grande vita, di cui noi siamo solo semplici e anonime comparse.

 

- Per spiegare questa “unica grande vita” ha scelto quattro espedienti efficaci. Ci spiega quali?

 

Il tempo: 365 giorni, 365 anni di un tempo teorico, è questo l’orizzonte temporale di riferimento del romanzo, perché così mi piace chiamarlo e non raccolta di racconti. Il tempo sembra formalmente scorrere, ma in realtà tutto ciò che accade ai protagonisti potrebbe avvenire nello stesso giorno, addirittura nello stesso istante: rimangono semplicemente le emozioni, che sono sempre uguali, quelle di oggi e quelle di cento o di mille anni fa.

Lo spazio: dovevo dare l’idea dell’irrilevanza dei luoghi e dei contesti, perciò ho immaginato di ambientare il romanzo “nel mondo”. Il romanzo assume perciò la forma di un viaggio, o forse meglio di un diario, il diario del mondo in cui ogni giorno è dedicato a un luogo diverso.

Un protagonista per ogni giorno del romanzo, 365 in totale. Sono i rappresentanti di tutti gli uomini e tutte le donne che hanno vissuto, vivono e vivranno su questa. La vita di questi personaggi viene per un istante alla ribalta, si fa largo tra quella di miliardi di persone ma il nome di ognuno lo dimentichiamo in fretta, rimangono impresse al lettore solo emozioni, sensazioni, stati d’animo.

C’è inoltre un ultimo elemento che consideravo importante. Per dare l’idea di unitarietà, l’idea che pur trovandoci in giorni e anni teoricamente diversi, in luoghi diversi, con protagonisti diversi, in realtà stavamo parlando di una stessa cosa: la Vita. Per cui, oltre all’idea dello scorrere del calendario di un giorno e di un anno ad ogni cambio di protagonista; oltre all’idea della vicinanza dei paesi ad ogni cambio di fotogramma, che dà l’idea della contiguità dei luoghi; ho usato un terzo espediente che è quello della parola. Nella frase finale di ogni fotogramma c’è una parola che viene richiamata nella prima frase del fotogramma successivo.

La parola dà l’idea di continuità, una sorta di testimone che viene passato da una vita all’altra e che percorre tutto il romanzo, fino ad essere restituito all’ultimo personaggio che è poi il primo.

 

           - Come è avvenuta la stesura del libro?

 

La stesura non è stata facile, l’ho iniziato nel 2004 e terminato nel 2009, interrompendo la stesura più volte, in parte anche perché nel frattempo ho fatto esperienze e lavori diversi, tra cui ho lavorato anche con gli amici di Rondine, un piccolo grande mondo che in qualche modo è presente nel romanzo. I cambiamenti mi hanno assorbito e fatto mettere talvolta in secondo piano il romanzo però, piano piano, alla fine ce l’ho fatta. C’erano quattro riferimenti fissi per la stesura di ogni nuovo fotogramma:

 

Il luogo: dovevo trovare il nome della nazione e, al suo interno, quello di una città o del paese dove ambientare il fotogramma. Perciò ho navigato molto su internet, navigando nelle mappe, nelle cartine, cercavo il paese confinante con quello del precedente fotogramma e poi al suo interno cercavo il luogo.

Poi il nome del protagonista. Anche in questo caso navigavo e cercavo nomi di personaggi famosi o di semplici sconosciuti originari del paese oggetto del fotogramma. In particolare sfogliavo giornali on line in lingua inglese dei paesi di riferimento. Poi coniugavo un nome e un cognome diversi, perché, psicologicamente, volevo che si trattasse di un personaggio ideale, non reale, perché altrimenti mi avrebbe in qualche modo condizionato.

Al protagonista poi dovevo dare una età, che nasceva insieme all’invenzione del fotogramma. E per inventarlo, anche qui, navigavo su Internet, cercando foto del luogo in cui il fotogramma era ambientato. Appena trovavo un’immagine che sollecitava la mia fantasia riuscivo a dare un’età al protagonista.

Ultimo elemento: la Parola, perché dovevo far sì che l’incipit richiamasse la parola della frase di chiusura del fotogramma precedente. Qui era il difficile. Avendo immaginato già il fotogramma, dovevo far in modo che l’incipit richiamasse la parola della frase di chiusura del fotogramma precedente. Non vi dico  quanto mi sono maledetto nel corso della stesura per aver eliminato anche questo grado di libertà e essermi costretto in una gabbia angusta. Ma è andata bene così, è stato molto più difficile, ma alla fine ce l’ho fatta e il senso che volevo dare credo sia riuscito a darlo.

Fatto questo, il gioco era fatto (si fa per dire): non rimaneva che inventare la storia!

 

- Ci sono alcuni temi che ricorrono più frequentemente di altri, sono cioè più frequentati dai personaggi.

Uno è sicuramente il tema della banalità del male. Ci sono frammenti in cui il male, la violenza, la cattiveria dell’uomo è descritta come ordinarietà, come quotidianità. Quando sentiamo di delitti efferati, di violenze, di torture, abbiamo sempre l’idea che a commetterli siano dei mostri, ma in realtà siamo sempre noi, sono persone simili a noi.

Un altro tema è quello della responsabilità: molti dei protagonisti sono schiacciati dal peso delle responsabilità che la vita gli addossa e che a volte sono un fardello insopportabile, opprimente. Questo tema mi ha sempre colpito, soprattutto legato al mondo professionale. Siamo sempre alla ricerca di una posizione più alta, di responsabilità più ampie ma poi non siamo in grado di valutare quanto di queste responsabilità siamo in grado di sopportare: e questo desiderio di cosiddetta crescita mette a repentaglio la nostra serenità.

Un terzo tema è quello della solitudine, pur essendo tutti immersi nelle proprie reti di relazioni, i protagonisti sembrano isolati, incapaci di condividere, salvo alcune eccezioni, le sensazioni con altri. Il peso del vivere non può essere distribuito, incide su ciascuno di noi intensamente, e la solidarietà che gli altri ci portano è solo un piccolo e momentaneo sollievo.

Infine i bambini. Il romanzo è pieno di bambini che giocano, che corrono, che urlano, che piangono. Bambini crudeli ma anche dolcissimi, che quasi verrebbe voglia di abbracciarli. Ho cercato di immaginare il loro punto di vista, il loro linguaggio, il loro modo di rapportarsi agli altri, attingendo dal fanciullino che è in me e che non è mai cresciuto!